Robin Friday – Il calciatore del millennio che non abbiamo mai visto
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Prima di iniziare a leggere, mettiamo su questa canzone che la band gallese dei Super Furry Animals gli ha dedicato, ci aiuterà a entrare nel personaggio:

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Stiamo parlando di Robin Friday, “il più grande calciatore che non avete mai visto”, appunto. Mai visto perché non raggiunge mai la prima divisione; più grande perché ha un talento infinito. Paragonabile solo alla sua allergia al rispetto delle regole.
Lui, che i tifosi del Reading eleggono “calciatore del millennio” e che da ragazzino milita nelle giovanili di Crystal Palace, QPR e Chelsea, a 16 anni finisce in riformatorio. Quando esce mette incinta una ragazza di colore e la sposa. Gesto di coraggio, in anni in cui l’integrazione razziale è, al contempo, sogno e follia. Persino i genitori rifiutano di partecipare al matrimonio.
Il suo primo contratto da calciatore semi professionista prevede 10 sterline a settimana e un impiego da asfaltatore. In campo incanta, fuori beve, si droga, colleziona avventure sessuali.
Una mattina, sbronzo come una scimmia, sale sopra un tetto, cade e si infilza con un palo. Si libera da solo e dopo tre mesi è di nuovo in campo.
Promette ad un allenatore di arrivare sobrio alle partite, in cambio lui deve passare sopra alle pasticche di LSD. Il patto dura poco.
Colleziona espulsioni. Dai terreni da gioco e dai locali. “Ho solo tolto il cappotto”– dice mentre lo buttano fuori da un pub, come se l’essere rimasto nudo fosse la cosa più naturale del mondo.
Le sue reti sono spesso accompagnate da simpatici siparietti. Come quando corre ad abbracciare un poliziotto: “ma mi sono pentito di averlo fatto, visto che odio così tanto i poliziotti”; o dopo una rovesciata da 30 metri, quando tutti -compagni, avversari, tifosi, arbitro- vanno a fargli i complimenti per il gol più bello mai visto: “davvero? Allora dovreste venire a vedermi giocare più spesso”; o ancora, quando la sua squadra ha già iniziato l’incontro. In dieci, perché lui non ha finito di bere. Dopo un po’ arriva, comincia a vagare barcollante per il campo, ubriaco fradicio, sigla la rete della vittoria e si rivolge all’allenatore: “visto stronzo!? Adesso torno a bere là fuori. Vedi di non rompermi più i coglioni!” 
Prima di entrare in chiesa per il suo secondo matrimonio, si ferma sul sagrato a fumare una canna. Davanti a tutti, ovvio.
Raggiunge la sua nuova squadra, il Cardiff, viaggiando in treno senza biglietto. Lo arrestano all’arrivo: conosce le galere della città prima ancora che lo stadio. Ma impara la lezione. Nei successivi viaggi finge di essere il controllore e ruba i biglietti ai passeggeri. Quando esordisce, a marcarlo è il mitico Bobby Moore. Friday sbeffeggia il futuro campione del mondo siglando una doppietta e strizzandosi i testicoli mentre lo fissa dritto negli occhi.
Il portiere a terra e Robin che mostra la “V” (in segno di vittoria dalle nostre parti, con tutt’altro significato oltremanica) è l’immagine simbolo della sua carriera. Friday commette un fallaccio sull’estremo difensore, rimedia un giallo e tende la mano in segno di scuse. L’avversario rifiuta la stretta e fa ripartire l’azione appoggiando la palla al difensore. Friday non si perde d’animo, rincorre il terzino, gli ruba la sfera, punta il portiere, lo mette a sedere con una finta, gonfia la rete e lo schernisce con quel gesto.

Lascia il calcio a 25 anni e torna a fare l’operaio. La vita, invece, l’abbandona a 38, quando mancano 3 giorni al Natale del 1990. Overdose.
Il ragazzo al cui confronto Best e Gascoigne messi insieme, tanto per restare in terra anglofona, sembrano due boy scout, se ne va presto. Nessuno gli ha mai dato retta quando ripeteva: “ne ho abbastanza di sentire persone dirmi cosa devo o non devo fare”. 
You don’t give a fuck, but one day we’ll know, Mr. Friday, I’m sure!

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