Olimpiadi 1924 – La squadra di calcio più forte del mondo
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Olimpiadi 1924 Dove tutto ebbe inizio

“… laggiù dovrebbero mettere delle porte di calcio alle frontiere. Al visitatore sarebbe chiaro che quel paese altro non è che un gran campo di football con l’aggiunta di alcune presenze accidentali: alberi, mucche, strade, edifici…”

(Jorge Valdano, ex centravanti del Real Madrid e della nazionale argentina campione del mondo nel 1986)

Il calcio con le Olimpiadi c’entra poco, sostengono in molti; non dovrebbe essere disciplina olimpica, fanno eco altri. Forse perché, tra regolamenti e interessi particolari, anche dopo la fine dell’epoca del dilettantismo, non ci vanno mai le squadre migliori o forse perché in molti, e per troppe volte, hanno snobbato l’essenza stessa dello spirito olimpico.
Sono opinioni, ma certo è che il calcio e le Olimpiadi hanno sempre avuto un rapporto contrastante e se pensi alle Olimpiadi è molto difficile ti venga in mente il calcio.
C’è un’edizione, però, che è stata un vero e proprio spartiacque per la storia mondiale di questo sport.
Sono i tempi in cui per andare dal vecchio al nuovo continente ci si imbarca si di una nave e ci si resta per diversi giorni (il primo volo aereo transoceanico per passeggeri, il Londra-New York, partirà soltanto 35 anni dopo); sono i tempi che passeranno alla storia come gli “Anni Ruggenti”; sono i tempi del proibizionismo a stelle e strisce, quando si ascolta il jazz e si balla il charleston nelle distillerie e nei night club clandestini; la TV la inventeranno a breve e per il momento ci si affida ai racconti dal sapore di inchiostro e tabacco.
Siamo a Parigi e il calendario segna l’anno 1924.
Fra gli spareggi che completeranno il tabellone degli ottavi di finale, una gara in particolare attira l’interesse del mondo del pallone. C’è un’esotica squadra, di un lontano e poco conosciuto Paese, a contendere la qualificazione alla forte scuola balcanica.
In programma c’è Uruguay-Jugoslavia.
Col Mondiale che nascerà solo tra sei anni, questa è la prima vera sfida tra una nazionale europea e una sudamericana; il primo confronto tra le due grandi scuole calcistiche che domineranno il futuro del football.
Tra storia e epopea, si racconta che un dirigente della federazione uruguaiana sia arrivato a ipotecare la casa pur di permettere agli atleti il viaggio per la Francia. Ma i soldi raccolti sono sufficienti soltanto a giungere fino in Spagna e c’è da ingegnarsi per trovare ulteriori fondi. Gli uruguaiani portano con loro il fascino e la diversità propri degli stranieri lontani. Così non trovano troppa difficoltà nell’organizzare alcune partite amichevoli con rappresentative iberiche e a trasformare il cachet in biglietti per Parigi.
Se la curiosità per questa sfida è altissima, i dubbi sull’esito sono inesistenti. Il calcio, come molti altri sport, come molte altre conoscenze, lo abbiamo portato noi in sudamerica. Un giorno verrà la loro ora, ma oggi siamo nel 1924: il calcio è roba nostra, roba da europei.
La leggenda vuole che, nei giorni precedenti la partita, l’allenatore slavo si rechi di nascosto a spiare l’allenamento degli avversari. Gli uruguaiani se ne accorgono e danno vita a una pantomima fatta di clamorosi lisci, svarioni e goffi passaggi. Divertito e con una sensazione che accarezza la pietà, lo sghignazzante CT se ne torna dai suoi.
La partita finisce 7-0. Per la Celeste.
Il cammino dell’Uruguay verso l‘oro olimpico prosegue con 3 reti agli Stati Uniti, 5 agli increduli padroni di casa, 2 ai Paesi Bassi e 3 in finale alla Svizzera.
Il vecchio continente viene travolto da un’inaspettata e spavalda ventata di freschezza atletica e tecnica e, nel giro di un paio si settimane, lo sconosciuto Uruguay diventa la squadra di calcio più forte del mondo. Grazie a questo successo, la Federazione di Montevideo si aggiudicherà l’organizzazione del primo campionato Mondiale di calcio.
La meraviglia e lo stupore per l’imprevedibile e trionfale cavalcata sudamericana emergono chiaramente dalle parole di Vittorio Pozzo, all’epoca nella duplice veste di allenatore dell’Italia -eliminata ai quarti dalla Svizzera- e inviato per il quotidiano La Stampa:

“il foot-ball uruguayano è quanto di più fresco, di più genuino, di più tecnico si possa al giorno d’oggi desiderare. Alla difesa spiccò il capitano Nasazzi, un terzino che colpisce la palla a mezzo volo come i migliori difensori professionisti inglesi. Emerge in seconda linea un negro, Andrade, che pare una boite a surprise di trucchi e di risorse. Rifulgono all’attacco le doti tecniche, il palleggio, la velocità di tutti e cinque gli uomini, tutti hanno in comune la capacità di illudere l’avversario, dando a vedere una intenzione e facendo poi l’opposto di quanto hanno lasciato credere; tutti battono gli oppositori con deviazioni del pallone effettuate quando l’avversario è già compromesso dal suo slancio e dalla sua corsa; tutti cercano di provocare situazioni favorevoli con passaggi dietro ai terzini, non dove il compagno sta, ma dove il compagno può giungere.
Vi furono dei lunghi momenti della gara di oggi in cui il giuoco svolto da questi americani, che sono quasi tutti italiani, rappresentava un godimento anche per il più difficile e il più esigente dei competenti. Quello era foot-ball, quello era giuoco bello come condotta, efficace come scopo, convincente come sistema, entusiasmante come varietà”.

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