Ezio Vendrame – Sogno di allenare una squadra di orfani
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Ezio Vendrame –  Una vita fuori dagli schemi

Negli anni 70 la figurina di Ezio Vendrame andava a ruba. Non per completare l’album, almeno non solo, ma per il gusto di possederla e mostrarla, per appicicarla in camera, sulla bici, sul diario. Era un simbolo d’appartenenza, come l’immagine del Che o una canzone di Bob Dylan -scrive il giornalista Vernazza-, l’appartenenza al partito del peccato, a quello del cuore, della libertà.
Un calciatore per il quale lo sport che gli dava da vivere veniva spesso in secondo piano. La dimostrazione di quanto fosse poco avvezzo alle dinamiche delle quali era parte integrante, l’ha riferita lui stesso:

“al Vicenza prendevo 10 milioni di lire e quando andai a trattare l’ingaggio col D.S. del Napoli, pensai: ora lo frego, gli chiedo il doppio. Quanto vuoi?, mi domandò. Venti milioni, risposi. Firma qua, replicò senza esitazione. Uscii convinto di aver raggirato i napoletani. In spogliatoio scoprii che Ferrandini, un ragazzo proveniente dall’Atalanta, l’ultimo della compagnia, prendeva 60 milioni. Mi sentii lo scemo del villaggio”.
Oggi vive in campagna, lontano dal fagocitante showbiz, che pure farebbe carte false per dare in pasto agli spettatori un tale personaggio. Scrive, compone musica, è un artista. Anzi, lo è sempre stato.

Ha raccontato di quella volta in cui gli somministrarono “la bomba”; di quella partita accomodata a tavolino:

“vedevo gli sbadigli della gente e mi venne una vampata di vergogna, presi il pallone al limite dell’area avversaria e puntai la mia porta. Feci il campo in retromarcia, scartai avversari e compagni e mi presentai davanti al nostro portiere: finsi di calciare e sulle tribune qualcuno collassò. E che cavolo, bisognava regalare un’ emozione, vivacizzare il pomeriggio”

Di quando gli offrirono 318 volte il suo premio partita per giocare male. Accettò –“avevo giocato male molte altre volte…e gratis”-, ma cambiò idea. Non per motivi morali, ma perché i tifosi avversari lo fischiarono sonoramente, all’ingresso in campo, e lui decise di punirli. Vinsero 3-2, con una sua doppietta. Incredibile la seconda rete. Vendrame andò a battere il calcio d’angolo, finse di soffiarsi il naso con la bandierina e sfidò i tifosi, facendo intendere loro che avrebbe fatto gol direttamente dal corner. Ci riuscì.
Il lunedì, giorno libero per i suoi colleghi, era per lui il più pieno della settimana. Un appuntamento dopo l’altro, dalla mattina fino a notte. Donne, ragazze, single, madri di famiglia. Il lunedì di sesso era molto più stancante e impegnativo dell’intera settimana di allenamenti. Ma anche più divertente: “casa mia sembrava uno studio di ginecologia”.

L’orfanotrofio e la depressione sono stati gli avversari più difficili da affrontare.
Ora allena i ragazzi, alla vita prima che al calcio:

“Affanculo pressing, squadra corta, fuorigioco e diagonali. Ci sputo sopra agli inventori di queste cagate! Il calcio vero è un’altra cosa, ha un’anima che almeno a livello giovanile dovremmo salvaguardare! A loro dico che a 14-15 anni è normale farsi le seghe e se trovano una ragazza che collabora è ancora meglio! Casomai è chi non se le fa che è malato e non è giusto che giochi. E la domenica, quando abbiamo dato tutto e siamo a posto con la coscienza, dobbiamo sempre accettare anche la sconfitta, senza alcun dramma, perché il gioco del calcio è soltanto un gioco: una piccola cosa della vita. Non dobbiamo stare male più di tanto quando perdiamo una partita, ma quando perdiamo un affetto, o quando deludiamo qualcuno che ci ama! Ma tutto questo loro lo capiscono subito. Sono gli adulti che non comprendono, a cominciare dai genitori. Per questo motivo sogno da sempre di allenare una squadra di orfani!”.

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