Hidetoshi Nakata: quando il calcio è solo un gioco
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Quando giocavo al calcio, sui campi di seconda e terza categoria, indossavo la maglia nr.7. E iniziai a comprare casacche di famosi numeri 7 che mi piacevano. Tra le tante, ricordo quella amaranto del Portogallo di Figo, la blu di Scholl al Bayern, la mitica dei Red Devils di Best e la rossa di Nakata ai tempi di Perugia.
Già, Hidetoshi Nakata, samurai classe ’77.

Mi ha sempre affascinato l’uomo, prima ancora che le indubbie doti tecniche del calciatore. Anche dopo la sua doppietta all’esordio in serie A, contro la “mia” Juve; anche dopo quel Juve-Roma 2-2, nell’anno dello scudetto per la Magica, con i giallorossi sotto per due reti, Hide che sostituisce Totti, che segna e fa segnare Montella.

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Una volta, Maradona disse: “se tutti i giapponesi cominciassero a giocare come lui, saremmo perduti. Sa cosa vuol dire tirare la palla, dribblare… meno male che per il momento i giapponesi si occupano d’altro”.
Arrivava al campo sempre un po’ prima e si metteva a leggere libri (ma ve lo immaginate un calciatore che legge, per di più poco prima di una partita!?).

A 29 anni lasciò il calcio, senza cercare, come fanno in tanti, di reinventarsi in ruoli da procuratore, allenatore, opinionista, perché solo nell’agonismo trovava la vera essenza dello sport. E si mise a girare il mondo. Da solo. Cento nazioni in tre anni -dice lui- e dato in continuo aggiornamento.
Sostiene di amare il lusso dei Paesi ricchi e il calore della gente di quelli poveri.
Ora collabora con diverse ONLUS e lavora per valorizzare i prodotti tipici e artigianali del suo Giappone.
Ancora oggi, io non so bene perché, nell’armadio dei ricordi, accanto a quella di Best c’è la maglia di Nakata. Ciò che so è che certi personaggi ti entrano dentro e non se ne vanno più via. Non hanno bisogno di vincere troppi trofei o di fare le fortune della tua squadra del cuore: a loro è sufficiente essere sé stessi.

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