Ousmane Dembélé & Co – Quando troppa attenzione fa male
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credit immagine: Антон Зайцев.

Overdose d’attenzioni

Ousmane Dembélé & Company- Videogiochi, ritardi e…

Insieme a usi e costumi della società moderna, l’arrivo e lo scontato dilagare dei Social Network hanno cambiato anche il mondo del calcio, abbattendo ogni frontiera riguardante la trasmissione di notizie e immagini. Un potenziale d’esposizione immenso, che negli anni è diventato sempre più difficile da controllare e che, a volte, può rivelarsi una trappola malefica per quelle che sono le vere risorse dello sport più seguito al mondo: le giovani promesse.

 Quel mancato esempio d’umiltà

Il dibattito è aperto da tempo e in futuro lo sarà sempre più: com’è possibile al giorno d’oggi per un giovane fenomeno del mondo del calcio rimanere umile, con la testa sulle spalle e lo sguardo fisso sugli obbiettivi? Non se ne parli ad Ousmane Dembélé, annata ’97, già vincitore di un Mondiale e considerato talento di raro livello da ormai tre anni: alla sua seconda stagione al Barcellona sarebbero già molteplici i problemi disciplinari giunti alle orecchie della dirigenza Blaugrana. Le ultime due settimane sono un esempio tanto che casca amaramente a pennello. In solo quindici giorni l’enfant prodige avrebbe aggiunto alla sua personalissima bacheca prima il richiamo di un vecchio padrone di casa, poi un gossip che lo vorrebbe nel bel mezzo di una dipendenza da videogiochi e cibo spazzatura. Un copione, quello della carriera di Ousmane Dembélé, che racconta sì di un declino (forse) solo temporaneo, ma che potrebbe diventare tristemente comune nel mondo del calcio.

Il perchè

non è difficile da capire, così come il colpevole non è difficile da trovare: è la globalizzazione, baby. Quella globalizzazione che negli ultimi 20 anni ci ha interconnesso sempre di più come popolazione mondiale, che ha fatto sì che ormai non esista notizia o video che non possa fare il giro del globo in cinque minuti e che ha condannato qualsiasi giovane talento, che questo sia calcistico, musicale o culinario ad essere scoperto e ad essere esposto ai riflettori a velocità e dimensioni fino a un decennio fa inimmaginabili. E chi se ne importa se poi quel talento si sarà bruciato in fretta: sarà stato bello finché è durato, fino a quando si sarà potuto battere il caldo ferro a suon di visualizzazioni e like.

Quel mostro “di social”

Si, perché se è la globalizzazione ad essere il colpevole, allora la sua arma di punta in questa guerra all’umiltà non possono che essere i Social Media: Facebook, Instagram, WhatsApp, tutti luoghi multimediali nei quali video, foto e news sfrecciano alla velocità della luce regalando visibilità a destra e a manca, a fenomeni del momento come a possibili futuri scrittori della storia sportiva. Piattaforme in cui sono gli algoritmi a contare e a darti visibilità, quella visibilità della quale tanto necessitano anche i media “tradizionali” come giornali e tv che per questo, spesso, sono parte del problema.

Dove tutto ebbe inizio

Chi, da frequentatore dei social network e appassionato di calcio, non si trova con cadenza più o meno regolare video nella bacheca di Facebook intitolati “Guardate cosa fa questo bambino di 5 anni con la palla al piede”? O chi, da lettore di quotidiani sportivi, non ha mai letto un titolo del tipo “La Juve ha già il futuro in tasca, e si chiama…” con annesse immagini di un talento delle giovanili che si è trovato in giornata favorevole per qualche partita di fila (di troppo)? Che si parli di un bambino di 5 anni o di un componente del vivaio bianconero, l’epilogo è sfortunatamente lo stesso nella stragrande maggioranza dei casi: del protagonista del video, delle immagini o della notizia non si sentirà più parlare.

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Si chiude il cerchio

Cosa c’entra questo con storie come quella di Ousmane Dembélé? C’entra eccome; perché è parte, anzi, è la base del problema; perché se per un bambino brasiliano di 5 anni particolarmente bravo nel dribbling è possibile trovare popolarità (per quanto momentanea) a livello mondiale, allora s’immagini cosa e quanta sia la popolarità per un talento come Ousmane Dembélé, che a soli 18 anni si divertiva a lasciare col fondo schiena a terra metà dei difensori della Bundesliga. Una fama magari meritata, ma che col tempo spesso va sfortunatamente a dare un senso al proverbio “il troppo stroppia”, andando ad attaccare la mente del talento di turno come fosse un tumore che causa l’esplosione dell’ego.

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Corsi e ricorsi storici

Sperando che possa risolversi nel migliore degli epiloghi, il caso del talento francese classe ’97 non è che l’ultimo di una serie che anno per anno si gonfia sempre di più. Noi da parte nostra, da italiani, abbiamo aggiunto alla suddetta serie elementi più che validi. Se si parla di viste annebbiate dal successo, come dimenticare il sempreverde esempio Balotelli, che con la fama ha sempre avuto un conclamato rapporto di amore e odio. O come non citare il meno celebre Hakim Mastour: ex talento di Nazionale Under18 e Milan, protagonista di un spot marcato RedBull in compagnia di Neymar, ad oggi 0 reti all’attivo nelle massime competizioni e giocatore del Lamia (Serie A greca).

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Rimanendo in Italia

si può trattare (con le dovute precauzioni) anche un altro caso, quello di un giovane che dalla fama tentatrice era stato inizialmente salvato grazie a un mentore che aveva capito affondo ciò che poteva comportare volare troppo vicino al sole. È il 2012, la Juventus preleva a parametro zero dal Manchester United un talento puro, cristallino. Si chiama Paul Pogba e vuole lasciare l’Inghilterra perché Sir Alex Ferguson si rifiuta di farlo giocare con un minimo di regolarità in prima squadra. Come andrà a finire tra i Red Devils, i Bianconeri e il francese lo si sa fin troppo bene, ma è come la storia ha avuto inizio che deve far riflettere: perché forse il calo che Pogba sta tutt’ora soffrendo allo United non è solo una questione di modulo o allenatore; perché forse quel che aveva capito Sir Alex era proprio com’era fatto “Il Polpo” e cosa una fama neanche troppo inaspettata avrebbe comportato per lui e per la sua giovane mente.

Una medicina naturale

Sembra facile, in effetti, dal piccolo dell’anonimato rimanere umili, con la testa ben salda sulle spalle, qualsiasi siano gli avvenimenti futuri. I fatti dimostrano che la realtà è ben diversa. Persone che si complimentano per strada, il proprio nome che rimbalza da un giornale all’altro, i video delle proprie giocate sugli schermi degli smartphone dei ragazzini di mezzo mondo: farsi venire il dubbio che sarebbe facile montarsi la testa sarebbe quantomeno lecito.

Més que un club (letteralmente)

A questo punto la palla passa alla squadra, alla società, che ha sempre a disposizione due scelte: battere il ferro finché è caldo a suon di like e visualizzazioni, o cercare di tenere le redini del giocatore, seguendolo passo passo nella sua crescita non solo sportiva, ma anche personale. Perché non bisogna mai dimenticare che, prima che di calciatori, parliamo di ragazzi. Ragazzi spesso e volentieri cresciuti con solo se stessi, lontano da una famiglia che possa anche solo avergli ricordato le sue origini e che esiste un’altra vita oltre al calcio, ai tifosi e agli sponsor. Ragazzi che, proprio come Ousmane Dembélé per amore del calcio, non vanno bruciati in nome di un fuoco di paglia.

Nicolò Pellegrini

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